L’Impatto Ambientale dei Vestiti

L’Impatto Ambientale dei Vestiti

Come tutti gli oggetti e le creature di questo pianeta, i tuoi vestiti hanno un impatto ambientale. Ma cosa significa, qual è l’impatto ambientale dei vestiti che indossiamo, e perché dovremmo preoccuparcene?

Che cos’è l’impatto ambientale

L’impatto ambientale è “l’alterazione qualitativa e/o quantitativa, diretta ed indiretta, a breve e a lungo termine, permanente e temporanea, singola e cumulativa, positiva e negativa dell’ambiente […] in conseguenza dell’attuazione sul territorio di piani o programmi o di progetti nelle diverse fasi della loro realizzazione, gestione e dismissione, nonché di eventuali malfunzionamenti ” (fonte: ARPA). 

Insomma: l’impatto ambientale è il cambiamento, in positivo o in negativo, di un ambiente in seguito ad un’azione. In genere, però, quando si parla di “Impatto ambientale” il 99% delle volte si sta parlando di un impatto negativo. 

Ed è di questo che parleremo oggi: di come i nostri vestiti alterano e danneggiano il pianeta in cui viviamo – in modi che spesso ignoriamo – e di cosa possiamo fare noi per ridurre l’impatto ambientale del nostro armadio.

Che impatto hanno i vestiti sull’ambiente? 

Sicuramente, un grosso impatto: studi diversi indicano l’industria tessile come la seconda o la quarta più inquinante al mondo (gli studi differiscono per metodologie e dati analizzati per stilare la classifica, per questo sono arrivati a conclusioni diverse).

A livello globale, negli ultimi 15 anni la produzione di vestiti è raddoppiata: produciamo 100 miliardi di capi di abbigliamento all’anno. Questo fenomeno insostenibile, chiamato Fast Fashion, ha portato a numerosi problemi ambientali e sociali.

Inquinamento dell’acqua

Il 20% dell’inquinamento delle risorse idriche globali dipende dall’industria della moda. Questo per 2 motivi:

1. Per la produzione. L’industria della moda utilizza ingenti quantità di acqua: basti pensare che per produrre un unico paio di jeans ne servono ben 3.800 litri. Le Nazioni Unite hanno inoltre stimato che tra l’80% e il 90% dell’acqua impiegata in questa filiera produttiva viene reimmessa nel sistema idrico senza che ne sia verificato lo stato di salubrità.

2. Per il mantenimento dei vestiti. È stimato che mezzo milione di tonnellate di microplastiche finisca nell’acqua durante i lavaggi in lavatrice di tessuti come nylon, poliestere e acrilico. Queste microplastiche finiscono nell’oceano, dove sono inghiottite dai pesci – che poi noi ci mangiamo. Questo è diventato un problema grave e diffuso: secondo lo studio condotta dall’Università di Newcastle tutti noi ingeriamo almeno 5 grammi di plastica a settimana (5 grammi è circa il peso di una carta di credito!). Cosa comporta mangiare tanta plastica? Ancora non si sa, perché non è mai successo prima. Ma sapere di queste donne a cui hanno trovato microplastiche nella placenta non lascia presagire nulla di buono. Al ritmo attuale, tra oggi e il 2050 le microplastiche di derivazione tessile presenti nell’oceano potrebbero raggiungere le 22 milioni di tonnellate.

impatto-ambientale-dei-vestiti-microplastiche-acqua
Foto da europarl.eu

Inquinamento dell’aria

L’industria dell’abbigliamento genera emissioni di carbonio stimate a 1.2 miliardi di tonnellate all’anno: più dell’intero traffico aereo e marittimo mondiale (dati del 2015. Fonte: Studio A New Textiles Economy). Significa che l’industria della tessile è responsabile del 10% delle emissioni mondiali di gas a effetto serra.

impatto-ambientale-dei-vestiti-emissioni-C02
Foto da europarl.eu

Utilizzo di risorse

Oggi, il 60% dei vestiti prodotti è realizzato con fibre sintetiche. Il poliestere, una delle fibre più usate, è prodotto attraverso un processo molto inquinante che richiede più di 70 milioni di barili di petrolio ogni anno

La seconda fibra più utilizzata al mondo per la produzione di vestiti è il cotone. Il cotone è una pianta; e come tale, necessita di grandi aree di terra e di moltissima acqua prima di poter essere raccolto e filato per diventare stoffa. E serve un sacco di spazio per coltivare il cotone: l’utilizzo del suolo dell’industria tessile è secondo solo all’industria agroalimentare – il 2,5% delle terre arabili del mondo sono piantagioni di cotone.

Le monoculture di cotone comportano poi diversi problemi ambientali: la riduzione della fertilità del suolo; la perdita di biodiversità; l’inquinamento delle acque del suolo a causa dall’uso ingente di pesticidi e fertilizzanti. Inoltre, per essere lavorato, il cotone richiede più energia delle fibre sintetiche.

È fondamentale sapere che in molti Paesi la raccolta del cotone è possibile grazie allo sfruttamento del lavoro forzato e minorile. In Uzbekistan, terzo paese al mondo per esportazione del cotone, bambini e ragazzi perdono due interi mese di scuola, da settembre a novembre, per raccogliere il cotone a mano. La regione cinese dello Xinjiang è descritta come il “gulag del cotone” perché qui la popolazione uigura* è incarcerata e obbligata a lavorare nei campi di cotone, il quale poi viene esportato o utilizzato per realizzare vestiti in Cina.

*Dal 2015, il governo cinese ha imprigionato 1,8 milioni di uiguri in campi di detenzione e lavoro forzato.

Rifiuti tessili

I vestiti che vengono buttati via – spesso quando sono ancora perfettamente utilizzabili – finiscono esportati, inceneriti o in discarica. Meno dell’1% degli indumenti viene riciclato. 

I vestiti che vengono esportati nei paesi in via di sviluppo, come Kenya e Uganda, finiscono nei mercati locali e deprimono il settore tessile del Paese. Gli abiti invenduti vengono comunque gettati nei fiumi o nelle discariche della zona.

Circa 80% dei vestiti finisce in discarica o incenerito. I vestiti destinati alla discarica ci metteranno più di 200 anni a decomporsi, rilasciando nell’aria, nel suolo e nell’acqua i materiali tossici dei tessuti e delle tinture utilizzati per realizzarli.

Analisi dell’impatto ambientale di un paio di jeans

Tutti abbiamo almeno un paio di jeans. Almeno, perché è più probabile che nel nostro armadio si nascondano almeno 6 paia di jeans (di cui, diciamocelo, almeno 3 giacciono inutilizzati da anni :D).

Non è un caso che si prenda il denim come esempio quando si parla si impatto ambientale. Almeno 2 miliardi di jeans vengono prodotti ogni anno: sono un prodotto chiave per l’industria della moda e il loro peso ecologico è importante.

Secondo il report The True Price of Jeans:

  • la produzione di jeans è colpevole del 35% della produzione mondiale di cotone;
  • le colture di cotone in molti paesi consentono un utilizzo non regolamentato di pesticidi e fertilizzanti;
  • servono 10.000 litri di acqua per realizzare un singolo paio di jeans: equivalente di acqua necessaria per dare da bere per una persona per 10 anni;
  • l’acqua inquinata dalle tinture viene rimessa nel ciclo idrico senza gli adeguati controlli sulla presenza di metalli pesanti – quasi sempre presenti nelle tinture blu utilizzate.

Per un resoconto approfondito sull’impatto ambientale dei jeans consiglio questo articolo di @ecocentrico.o per Il Vestito Verde.

Un sistema di produzione lineare insostenibile

La produzione dei vestiti e la loro manutenzione costa ingenti quantità di risorse non rinnovabili, energia e acqua.

Il sistema attuale di produzione, distribuzione e utilizzo dei vestiti è di tipo lineare, ovvero:

  • per la creazione degli abiti vengono utilizzate nuove risorse, spesso non rinnovabili;
  • gli abiti vengono utilizzati per un breve periodo di tempo (è stimato che metà dei capi Fast Fashion viene acquistato, utilizzato e gettato via in meno di un anno);
  • i vestiti non vengono riciclati ma finiscono in discarica o inceneriti.

Un sistema di produzione lineare, a differenza di quello circolare, non è sostenibile: utilizza moltissime risorse e non si preoccupa dell’intero ciclo di vita del prodotto né del suo smaltimento.

Come ridurre l’impatto ambientale dei nostri vestiti

E quindi eccoci qui. Come possiamo veramente ridurre l’impatto dei nostri vestiti?

Ci sono delle regole da seguire per ridurre al minimo l’impatto ambientale del nostro armadio? Ci sono eccome! Lo scopo di queste regole è di rendere il più possibile circolare la vita dei nostri abiti. Ecco cosa possiamo fare:

Le 6 R della Moda Sostenibile

Le 6 R della Moda Sostenibile

Rifiutare

di comprare o ricevere cose nuove che non ci servono. Rifiutare di continuare a far parte dell’infinito loop del consumismo è il primo passo per ridurre la nostra impronta ambientale. Non è difficile come sembra, lo prometto 🙂 Su questo blog ho molti articoli con dei suggerimenti da mettere in pratica per superare questa prima R, che sembra lo scoglio più insuperabile di tutti.

Potrebbe interessarti: Come Smettere di Comprare Vestiti

Ridurre

… al minimo ciò che ci serve in ogni aspetto della nostra vita. Non ci servono 12 jeans, 8 paia scarpe con il tacco, 4 mascara e 6 cover del telefono. Una cosa per volta. È utile qui seguire la regola “1 dentro 1 fuori”: scegliere una cosa che amiamo alla follia, usarla, consumarla, e comprare una nuova cosa che amiamo alla follia solo per sostituire quella che ormai abbiamo finito.

Potrebbe interessarti: Come Fare Shopping in modo Consapevole

Ri-indossare

… per permettere ai vestiti di svolgere la funzione per cui sono stati creati: essere indossati, amati e consumati fino alla fine! Nel mondo l’utilizzo di un singolo capo si è ridotto del 36% rispetto a 15 anni fa. Indossiamo uno stesso vestito molte meno volte e lo gettiamo via ancora in buone condizioni. Una soluzione? Impegnarsi a indossare ogni capo che possediamo almeno 30 volte.

È inoltre importantissimo come ci prendiamo cura dei nostri capi: alcuni studi stimano per quasi metà delle emissioni di un capo siano in carico al consumatore (perlopiù i lavaggi)

Potrebbe interessarti: Una Guida all’Armadio Sostenibile

Riparare

… per allungare la vita di ogni capo: riattaccare i bottoni e cucire gli strappi è facile e fa la differenza. Inoltre ci permette di tenere più a lungo i capi che amiamo davvero, invece di sostituirli con altri pezzi che meh… sappiamo che non ameremo allo stesso modo.

Rivendere

… tutto quello che non ci serve è importante: sia per farci un po’ di soldi sia per dare nuova vita alle cose che a noi sembrano brutte e inutili, ma per qualcuno saranno fantastiche novità. Come dice il detto One man’s trash is one man’s treasure. Io ho venduto davvero di tutto all’usato: vestiti, libri, utensili da cucina, soprammobili. Oggi oggetto merita la possibilità di una seconda vita, anche se ci sembra impossibile.

Potrebbe interessarti: Come diventare PRO nel comprare abiti usati e di seconda mano

Riciclare

… che non per forza significa buttare nella differenziata, ma anche trasformare in altro: tramite progetti di upcycling, chiamati anche refashion quando si parla di vestiti, il limite è davvero l’immaginazione. Per trovare ispirazione, digita “refashion” su Pinterest o YouTube e preparati a rimanere a bocca aperta.

Esistono vestiti a basso impatto ambientale?

Sì: quelli che hai già nel tuo armadio! Non ci servono nuovi brand di vestiti sostenibili. Ce ne sono già fin troppi! Non ci servono nuovi capi che utilizzano nuove risorse. Il 99% delle volte abbiamo già quello che ci serve. Dobbiamo solo imparare a vedere vecchi abiti con occhi nuovi. E quindi 3 cose che puoi fare subito:

  1. Usa e ama quello che hai: aggiusta, modifica, colora, taglia, accorcia, ricama, ricuci i buchi e i bottoni. Sai quanto cambia un noioso cardigan se ci metti dei bottoni nuovi? Oppure quanto spesso metterai quei jeans se tagli l’orlo della misura giusta per te? A volte si tratta solo di guardare meglio i nostri vestiti, capire perché ci piacciono e perché non ci piacciono, e agire per adattarli meglio a noi e alla nostra vita.
  1. Dai nuova vita all’usato; scambia, vendi, compra, regala e ricevi in regalo ciò che non viene utilizzato. È ora di sdoganare il riciclo di vestiti usati tra amici, parenti e conoscenti: già per le mamme e i neonati esiste un mercato incredibile di libero scambio: dobbiamo fare che diventi così anche per tutti gli altri vestiti. Chiedere alle amiche se hanno una felpa in più che non usano non deve essere motivo di imbarazzo. Così come chiedere in prestito un vestito elegante per una cerimonia, o un costume di carnevale che indosseremo comunque una volta soltanto. Via libera ai mercatini, ai gruppi su Facebook di compravendita, Depop, Vinted, Ebay e Subito.it.
  1. Impara a cucire, a fare a maglia e all’uncinetto. Sai quanto è facile fare un cappellino all’uncinetto? E sai quanto è facile cucire un basco da zero? Sono letteralmente due pezzi di stoffa tondi cuciti insieme. Ma ormai non consideriamo più “fare a mano” come un’opzione. Eppure non c’è niente che dia tanta soddisfazione come poter utilizzare e indossare qualcosa di creato da noi. C’è della magia nel fare a mano, io di questo sono convinta. Ciò che facciamo a mano è vivo, è nostro, è un’opera d’arte: non sarà mai solo “un cappello” o “una gonna”. Sarà sempre “la gonna che ho fatto con le vecchia tovaglia di zia”, “il cappello storto che ho fatto all’uncinetto”. C’è una storia negli oggetti che realizziamo, una storia incredibilmente bella e romantica, che possiamo vivere tutti i giorni: basta scegliere di imparare a fare qualcosa di nuovo.
Il mio vestito-lenzuolo, realizzato partendo da un vecchio lenzuolo inutilizzato. Ho preso l’idea da questo video YouTube.

YouTube è il più grande e sottostimato strumento di formazione che abbiamo mai avuto nostra disposizione. Grazie a YouTube (e Internet in generale) oggi si può diventare dei master in qualsiasi campo, in poco tempo, da casa propria e GRATIS. Se non lo stai già usando tutti i giorni per migliorare e migliorarti, stai sbagliando qualcosa 😃

Vestiti e Impatto Ambientale – Conclusioni

Non siamo powerless. Ciò che facciamo fa la differenza – molta di più di quanto possiamo immaginare.

La consapevolezza è il primo passo: diventare consumatori consapevoli di abbigliamento ha solo aspetti positivi – per noi e per il pianeta. Comprare meno, comprare meglio, informarci.

Cercare di fare del nostro meglio e, allo stesso tempo, accettare che essere perfettamente etici e sostenibili non si può. Ma si può tentare di essere un pochino migliori, giorno dopo giorno: magari imparando nuove abilità, come riparare e cucire; o scegliendo di amarci un po’ di più dopo aver capito che no, non abbiamo bisogno della Fast Fashion per essere fantastiche.

Spero che questo articolo ti abbia fatto scoprire cose che non sapevi prima. Alla prossima!

Fonti

Ecco le fonti da cui ho ricavato tutti i dati di questo articolo:

Condividi l'articolo

Lascia un commento