Parliamo di Fast Fashion

Parliamo di Fast Fashion

Se il Fast Fashion fosse un’immagine, sarebbe questa:

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Foto da Aljazeera 

Il 24 aprile 2013, a Savar, distretto di Dacca, una fabbrica tessile di 8 piani – di cui 3 illegali – è crollata. In questo disastro sono morte 1134 persone.

Queste persone cucivano vestiti. Cucivano vestiti 15 ore al giorno, tutti i giorni. Per 60 dollari al mese.

Il giorno precedente al disastro, gli operai tessili avevano avvertito i superiori di un possibile cedimento della struttura, che non sembrava sicura, e che non volevano lavorare in quelle condizioni di pericolo.

Non sono stati ascoltati. Gli operai tessili, perlopiù donne e minorenni, sono stati obbligati a lavorare, minacciati di non venire pagati per l’intero mese se si fossero rifiutati di entrare nella struttura.

Alle ore 8:40, ora di punta, a Rana Plaza sono presenti più di 3000 persone, soprattutto donne e i loro bambini. Alle ore 8:45 del 24 aprile 2013 si sente un rombo. Le crepe sui muri corrono e si spaccano. L’edificio crolla su se stesso con un boato che si è udito a chilometri di distanza.

Il 24 aprile 2013 più di 1134 persone muoiono seppellite sotto tonnellate di macerie, perché noi, dall’altra parte del mondo, possiamo comprare una maglietta a 5,99€.

I vestiti che tutti noi indossiamo arrivano da lì. Quel giorno, in quella struttura fatiscente di Rana Plaza, si stavano cucendo vestiti di H&M, Zara, Primark, Mango, C&A e molti altri marchi definiti “Fast Fashion”, moda veloce.

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In Bangladesh l’80% della manodopera del settore abbigliamento è composta da donne.
Foto da Aljazeera

Perché “veloce”? Perché una nuova collezione di vestiti deve essere pronta ogni settimana. 52 nuove collezioni all’anno. L’industria del Fast Fashion produce 100 miliardi di nuovi vestiti all’anno. 100 miliardi sono tanti vestiti.

Il vero prezzo del Fast Fashion

Il Fast Fashion è diventato popolare negli ultimissimi anni perché è incredibilmente economico. Con il Fast Fashion possiamo acquistare molti capi alla settimana e sentirci arrivati e alla moda.

Il Fast Fashion ci fa sentire “ricchi” anche se stiamo comprando stracci in misto poliestere che si sfilacciano dopo 2 lavaggi; ma non importa!, perché possiamo comprarne altri. È questa la vera trappola psicologica che rende il Fast Fashion una dipendenza: ci fa sentire ricchi intrappolandoci in un ciclo di acquisto-uso-butto sempre più veloce e dispendioso, di fatto, impoverendoci.

Ma anche se il Fast Fashion ci illude e ci coccola facendoci sentire altoborghesi anche se ci rende poveri, la verità è che non stiamo pagando noi il vero costo del Fast Fashion. Lo sta pagando qualcun altro.

Ripartizione dei costi di una maglietta Fast Fashion

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Immagine da Clean Clothes

Questo studio di Clean Clothes Campaign analizza i diversi costi che concorrono alla produzione di una maglietta venduta al pubblico a 29€. Di questi 29€:

  • 3,40€ è il costo della materiali
  • 3,61€ è il guadagno del brand
  • 1,15€ è il guadagno della fabbrica manifatturiera
  • 0,18€ è il ciò che viene pagato il lavoratore che ha confezionato il capo

Tutto il resto si divide in intermediari, trasporto, affitti, profitti dei singoli negozi, personale.

Circa il 0,6% del prezzo finale della maglietta va all’operaio tessile.

Questo non vale per gli abiti di lusso, in cui la percentuale è ancora più bassa: i capi dell’alta moda sono infatti spesso confezionati nelle stesse fabbriche in cui sono prodotti gli abiti economici, e i lavoratori che li realizzano non sono pagati di più.

Quello che emerge dallo studio è chiaro: con una paga così misera, chi lavora in questo settore non può condurre una vita dignitosa. 

Quanto Guadagna un Lavoratore nel Fast Fashion

Immagine dal documentario Sweatshop: Deadly Fashion

Una sola operaia tessile di queste fabbriche riesce a cucire, in un giorno, più di 1000 capi. Un unico movimento, un’unica cucitura, per più di 12 ore al giorno. Questi vestiti vengono imballati e spediti nei negozi di tutto il mondo. Per 1000 cuciture, 1000 vestiti, lei viene pagata, in Bangladesh, circa $68 al mese (straordinari obbligatori compresi). Un salario molto inferiore a quello di cui un lavoratore e la sua famiglia avrebbero bisogno per condurre una vita dignitosa.

1000 vestiti cuciti a mano ogni giorno. Questo ci fa capire quanto “fatto a mano” non sia per forza un valore aggiunto. Ogni maglietta di H&M, Zara, Primark è fatta a mano. Semplicemente, chi le realizza non viene pagato come un artigiano, ma come uno schiavo moderno.

Secondo questa ricerca del 2019 di CCC NESSUN operaio tessile in Asia, Africa, Centro America e East Europa riceve un salario adeguato per una vita dignitosa. Su 20 compagnie analizzate, 19 si posizionano con il punteggio più basso, perché non avevano nessuna prova per dimostrare che i loro lavoratori fossero pagati in modo adeguato. (Solo Gucci si è posizionato con un punteggio accettabile: è l’unica azienda che può dichiararare che il 25% dei lavoratori, per alcuni capi, riceve un salario adeguato).

Uno degli abusi dei diritti umani più gravi a cui stiamo assistendo a livello globale è il NON pagare uno stipendio che permetta di vivere. Questi poverty pay, salari da miseria, sono un elemento fondante del sistema Fast Fashion: le aziende hanno fatto affidamento per anni su questo sfruttamento organizzato, guadagnando e rimanendo competitivi sul mercato proprio perché possono proporre prodotti a bassissimo costo.

Un altro grosso problema? I governi dei paesi in via di sviluppo tendono ad essere accomodanti con queste grandi aziende, e si accordano nel mantenere i salari minimi artificialmente bassi. In questo modo garantiscono una manodopera a bassissimo costo per i brand, i quali quindi non cercano fornitori più economici altrove.

Questo risulta in un salario minimo che è lontano anni luce da un salario con cui poter vivere degnamente: il salario minimo in alcuni paesi è anche 5 volte più basso di quello necessario per una vita normale (fonte: CCC).

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Immagine da: CCC

Il modello del Fast Fashion si basa sull’idea che la vita delle persone che producono gli abiti vale meno della vita delle persone che li indossano. Un modello, insomma, razzista e classista.

Ecco perché noi possiamo comprare una maglietta a 5,99€: perché c’è un sistema legalizzato di schiavitù moderna che produce i nostri vestiti in modo veloce e silenzioso.

Questo deve essere chiaro: una maglietta che costa 5,99€ è una maglietta sporca di sangue.

Guarda questo breve video: queste vite valgono meno delle nostre? (ATTENZIONE IMMAGINI FORTI)

Quali sono i Marchi Fast Fashion

I marchi Fast Fashion di solito sono riconoscibili perché “economici”, realizzati con tessuti sintetici, e in continuo cambiamento: una vetrina di un negozio Fast Fashion esibisce nuovi abiti ogni settimana. I marchi Fast Fashion più conosciuti sono:

  • Abercrombie & Fitch
  • Bershka
  • Bonmarche
  • C&A
  • Decathlon
  • El Corte Inglés
  • Forever 21
  • Gap
  • H&M
  • Mango
  • Massimo Dutti
  • New Look
  • NewYorker
  • Next
  • Oysho
  • Primark
  • Pull and Bear
  • Stradivarius
  • Texman
  • Topshop
  • United Colors of Benetton
  • Victoria’s Secret
  • Uniqlo
  • Zara

(Bershka, Zara, Zara Home, Stradivarius, Pull and Bear, Massimo Dutti, Oysho, Uterqüe, Tempe, Lefties fanno tutti parte dello stesso gruppo: Inditex)

Ho messo “economici” tra virgolette per due motivi: 1. Zara è considerato un marchio economico ma… lo è davvero? Certi pezzi 100% poliestere sono estremamente costosi senza motivo. 2. Il fatto che un capo sia molto costoso non significa che non sia realizzato nelle medesime fabbriche della filiera della Fast Fashion, anzi. Significa solo che stai pagando di più il brand, non i lavoratori.

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Alcuni dei brand Fast Fashion i cui abiti erano confezionati a Rana Plaza prima del crollo

Fast Fashion e Covid-19

Dallo scoppio dell’epidemia di Covid-19, con i negozi chiusi e la conseguente fortissima riduzione degli acquisti, molte industrie si sono fermate. Si è fermata anche l’industria della moda? Sì. Ed è stato un gran casino.

Famosi brand come Nike, H&M, Walmart e Primark hanno annullato gli ordini e sospeso i pagamenti per milioni di capi già realizzati e pronti alla consegna; di fatto, non pagando le milioni di persone che hanno lavorato e che hanno bisogno di quei soldi letteralmente per mangiare.

Questi brand internazionali non hanno ancora pagato capi di abbigliamento per un valore di più di 16 miliardi di dollari (fonte: Clean Clothes Campaign) e molti di loro non sembrano intenzionati a farlo. Questo è possibile perché questi brand hanno un potere quasi assoluto su tutta la filiera tessile, un potere che va contro i più basici diritti umani e potrebbe permettere loro di scamparla senza dover pagare alcun risarcimento.

In India più di un milione di persone ha già perso il lavoro subito dopo i mancati pagamenti: i datori di lavoro hanno dovuto licenziare i dipendenti e mandarli a casa senza stipendio e senza sapere se e quando potranno tornare a lavorare (fonte: Penn State Center for Global Workers’ Rights).

Ma quanto devono pagare questi brand? Ecco quanto:

Foto Instagram da @elizabethlcline

Ma noi cosa possiamo fare?

Dopo che questi comportamenti scorretti sono venuti allo scoperto sono nate diverse campagne attiviste per invocare i brand di onorare i loro obblighi e pagare quanto dovuto. 

La campagna più famosa è sicuramente #PayYourWorkers di Clean Clothes, che chiede ai brand di #PayUp e di non scaricare tutti i rischi di questa pandemia sulle persone più povere e fragili della filiera

Noi possiamo smettere di comprare da questi brand finché non ci sarà chiarezza e una presa di responsabilità pubblica; possiamo e dobbiamo chiedere alle aziende di pagare i lavoratori per il lavoro svolto.

È ora che i brand della moda globale si impegnino a fermare gli abusi che vanno avanti indisturbati da anni. Questa crisi deve essere il punto fermo che obbliga queste aziende a prendersi le loro responsabilità di garantire stipendi adeguati e standard di sicurezza per tutti i lavoratori della filiera.

Per avere informazioni aggiornate quotidianamente su questa tematica consiglio questo articolo sul Covid-19 e Fast Fashion.

Ma ci servono tutti questi vestiti?

No. Manco per idea. Non ci servono tutti questi vestiti. Non ci rendono più felici. E non rendono più ricca la nostra vita, semmai più povera: il costo e il tempo di acquistarli, lavarli, stirarli, riporli; trovare loro un posto adeguato nella nostra casa, comprare armadi più grandi per farceli stare, metterci ore a fare il cambio stagione… ha davvero senso?

Dobbiamo rivedere le nostre priorità, le nostre abitudini di consumo e… smettere di comprare.

Come Smettere di Comprare Fast Fashion

Da Wikipedia: “Il modello di business della Fast Fashion si basa sul desiderio dei consumatori di indossare vestiti sempre nuovi. Per rendere conveniente questa tendenza di rinnovamento continuo, i prodotti della Fast Fashion hanno un prezzo molto più basso e bassa qualità. Come conseguenza, i prodotti di bassa qualità incrementano il consumo eccessivo perché hanno una durata di vita più breve e devono essere sostituite molto più spesso.” E qui il ciclo ricomincia e continua all’infinito.

Ho iniziato a mettere in dubbio le mie scelte etiche nel 2017, dopo aver visto alcuni documentari a tema Fast Fashion

Sapevo di non poter continuare a consumare vestiti come prima. Scoprire la verità mi ha lasciato una sensazione di disagio permanente, una sensazione che non è più andata via. Ogni volta che entravo in un negozio Fast Fashion, mi sentivo il sangue sulle mani.

Da allora ho sempre cercato di fare le scelte per un armadio più etico al limite delle mie possibilità. 

Queste sono le scelte più etiche che si possono fare quando si decide di non acquistare più abbigliamento Fast Fashion:

  1. non comprare. Sembra impossibile all’inizio, ma non comprare niente è davvero la scelta più giusta. E non comprare non significa non avere più nulla da mettersi: si può scambiare, ereditare, prendere in prestito, aggiustare.“Ma non posso mica andare in giro nuda!” Verissimo. Ma statisticamente parlando, se stai leggendo questo articolo in italiano da uno smartphone, hai un armadio pieno di vestiti che non usi mai; non comprare diventa quindi non solo fattibile, ma anche facile: ti basterà usare quello che già possiedi e prendertene cura perché possa durare nel tempo. Se questo argomento ti interessa, ho scritto un articolo dettagliato su come smettere di comprare vestiti (e essere felice).
  1. comprare di seconda mano, se possibile offline. Ormai i mercatini dell’usato sono molto diffusi in Italia, riforniti e ben tenuti. Puoi vedere qui e qui se ci sono mercatini nella tua città. Comprare usato è una scelta sostenibile perché stai ridando vita e valore a un oggetto che già esiste, senza creare domanda per la creazione di nuovi oggetti (con conseguente utilizzo di nuove risorse ambientali).
  1. comprare da brand sostenibili? Qui la faccenda, per me, si fa più complicata. I brand che si dichiarano etici e sostenibili sono tantissimi ed è difficile capire se sono legittimi o se stiamo cadendo nella trappola del greenwashing.

Perché non troverai un elenco di brand di Moda Sostenibile in questo blog 

Come da titolo: no, non metterò qui un elenco di brand sostenibili da cui comprare “è sicuro, etico e giusto”. Perché? Per due motivi:

  1. Perché nel 99% dei casi credo che non serva comprare roba nuova, ma un modo nuovo di comprare;
  2. Perché secondo alcuni studi il grosso dell’impatto ambientale di un capo avviene dopo che noi l’abbiamo acquistato, non prima: quanto e come lo usiamo, quanto ce ne prendiamo cura e lo manteniamo in buono stato nel tempo.

Allo stesso tempo, so che ci sono moltissime realtà che si impegnano tanto per fare della Moda Sostenibile un’alternativa comoda e attraente.

Al momento preferisco non raccomandare nessun brand in particolare, ma online esistono moltissime risorse dove trovare informazioni utili per fare le proprie ricerche. Un paio di molto valide sono:

  • il Vestito Verde, una mappa interattiva con tutti i negozi di moda sostenibile presenti sul territorio italiano;
  • l’App Good on You che permette di conoscere il grado di sostenibilità di qualunque brand di abbigliamento;
  • il sito Fashion Checker dove basta inserire il nome del brand che ci interessa per avere subito un report completo.

Preferisco non parlare di brand perché non voglio trasformare il movimento della Fashion Revolution in un elenco di marchi. Non vorrei che nessuno si sentisse escluso per il costo, le misure, la geografia di questi brand. Non voglio che la Moda Sostenibile si trasformi in una sorta di mercato alternativo chiuso ed elitario, l’ennesimo privilegio da bianchi abili.

Perché i 4 Passi per un Armadio Sostenibile sono per tutti, sono gratis, e sono ciò che più inclusivo ci possa essere:

  • Utilizzare quello che si ha
  • Acquistare quello che serve con consapevolezza
  • Prendersi cura dei propri capi
  • Smaltire responsabilmente ciò che non usiamo più

Moda Sostenibile per me significa amare, indossare e far durare nel tempo le poche cose che acquistiamo con consapevolezza, a prescindere da come sono arrivate da noi e dal nome sull’etichetta.

Personalmente penso che “Non comprare” e “Comprare usato” siano le opzioni preferibili, sempre ai limiti delle possibilità di ognuno. Per ricordare cosa è più giusto fare in ogni occasione, mi piace sempre rivedere la Buyerarchy of Needs, una sorta di scala di valori della Moda Sostenibile ideata da Sarah Lazarovic: 

Buyerarchy of Needs. Grafica di Sarah Lazarovic

Come la Piramide Alimentare e la Piramide dei Bisogni di Maslow, anche questa si legge dal basso verso l’alto; si parte cose che dobbiamo fare più spesso (la base della piramide) alle cose che dovremmo fare solo sporadicamente (la punta della piramide). 

Partendo dal basso troviamo: usa quello che hai, prendi in prestito, scambia, compra usato, realizza a mano e, solo in cima in cima, compra.

Penso che questa grafica, nella sua semplicità, sia molto efficace e esprima al meglio il concetto di Moda Sostenibile; che non è e non deve essere un mero elenco di brand, anzi!

Se vuoi salvare questa grafica per promemoria sul cellulare o sul tuo Pinterest, ho realizzato una versione in italiano:

Cosa puoi fare Tu

Che tu abbia voluto approfondire argomenti che già conoscevi, o se hai appena scoperto queste cose e ti senti sopraffatta, niente paura! Ci sono tante cose che puoi fare subito.

  • Spread the word. Diffondere quello che hai imparato con la famiglia, gli amici e sui social 
  • Informarti e informare: scrivere per blog già esistenti o aprire un tuo blog per parlare di quello che ti sta a cuore
  • Partecipare alla Fashion Revolution e contattare i brand per avere delle risposte
  • Dare l’esempio acquistando usato o proponendo uno swap party alle tue amiche
  • Non comprare niente per 1 mese, 6 mesi, un anno. Usare quello che già abbiamo è sempre la scelta più etica e sostenibile.

Dal disastro di Rana Plaza, ogni anno ad aprile si celebra la Fashion Revolution Week dedicata alla memoria di quel giorno terribile per sensibilizzare le persone perché cose del genere non accadano più. Se vuoi saperne di più sulla Fashion Revolution Week, ne parlo nel mio articolo sulla Moda Etica.

Video, Articoli, Libri, Siti, Profili social per Saperne di Più

Ci sarebbero mille altre cose da dire su questo tema. In questo articolo ho posto l’attenzione più sui problemi etici e sociali del Fast Fashion, tralasciando completamente la questione ambientale, che ho approfondito qui.

Spero comunque che questo articolo ti sia piaciuto e ti abbia fatto scoprire cose nuove.

Ti lascio qui una serie di risorse utili per continuare a informarti e informare sul tema Fast Fashion e Moda Sostenibile:

Siti Web

Profili Instagram

Libri

  • La rivoluzione comincia dal tuo armadio di Luisa Ciuni e Marina Spadafora
  • Siete pazzi a indossarlo! Perché la moda a basso costo avvelena noi e il pianeta di Elizabeth Cline
  • Vestiti che fanno male. A chi li indossa, a chi li produce di Rita dalla Rosa

Video e Documentari

  • The True Cost
  • RiverBlue
  • Unravel
  • Udita (Arise)
  • BBC Earth: Can Fashion Be Sustainable?
  • Textile Mountain
  • The Next Black

Qui il mio articolo con tutti i documentari a tema Fast Fashion e Moda Sostenibile.

TED Talks

  • You Are What You Wear
  • The Wardrobe to Die For
  • I Broke Up with Fast Fashion and You Should Too
  • The High Cost of Our Cheap Fashion
  • Fast Fashion’s Effect on People, The Planet, & You

Qui il mio articolo con tutte le TED Talks a tema Fast Fashion e Moda Sostenibile.

Articoli e video su Rana Plaza

Se questo articolo ti è piaciuto, salvalo sul tuo Pinterest per non perderlo di vista:

Dire no all’industria del Fast Fashion mi ha reso la persona che sono ora ed è stato il motivo principe per cui ho aperto questo blog. Se non mi conosci, ciao! Sono Michela. Scrivo di Moda Etica, Crescita Personale e Stile di Vita Sostenibile.

Se vuoi saperne di più su Fast Fashion e Moda Sostenibile, questi sono gli articoli più letti del blog:

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